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Sulla lotta Notav

Sulla lotta Notav
di Lidia Menapace
da Rifondazione Comunista

Che cosa penso del Tav. Prima di tutto: è una questione nazionale e mi felicito con gli abitanti di Val di Susa per essere riusciti, essendo pochi marginali e non considerati, a interessare…molte aree culturali e professionali e molti territori. Oggi appelli sottoscriti da scienziati/e, intellettuali, personalità ecc. ecc. si sprecano e voglio sentire il Governo dire che hanno ascoltato abbastanza e ora basta: come sarebbe? se le obiezioni messe avanti dalla Val di Susa hanno migliorato il progetto, perchè fermarsi? gli abitanti della val di Susa hanno detto che sono soddisfatti? a me non pare.
Se è -come è- una questione nazionale, deve essere giudicata dal Parlamento ascoltando gli abitanti della Val di Susa. I quali, chissà perchè, vengono chiamati “valligiani”: capisco che in una cronaca giornalistica faccia colore descrivere signore sessantenni valligiane, che seguono e prendono parte a tutte le manifestazioni: ma francamente, nonostante la simpatia che evocano, cosa volete che siano, di fronte a professoroni che stanno al governo? poco o niente. Ma se vengono chiamate col titolo che loro compete, cioè cittadini e cittadine della Val di Susa, si capisce subito che le loro opinioni contano, pesano, valgono quanto esattamente quelle del presidente della Repubblica e del Rettore della Bocconi.
Secondariamente: che cosa è l’Italia dal punto di vista del suo territorio? un paese piccolo lungo e stretto, con un’alta corona di monti a nord e una dorsale appenninica che lo percorre per intero fino alle punte della Trinacria. E pure un paese popolatissimo, nonostante che da decenni le donne qui facciano pochi figli. E’ evidente che il calcolo della poca terra coltivabile è importante e necessario. Altri paesi hanno altri problemi e quando è in gioco una questione di sovranità -come quando si tratta del territorio nazionale- si deve far appello all’articolo della Costituzione che ammette riduzioni e rinunce di sovranità, ma solo reciproche: e dove è la reciprocità? si deve chiedere all’Europa che non pretenda di imporre a ogni paese le stesse forme di opere pubbliche, che vanno bene o non disturbano troppo le grandi pianure di Francia e Germania, gli altipiani di Spagna. Se a noi mancano gli spazi per i trasporti veloci si potrebbe chiedere all’Europa se vuole aiutarci ad avere più terra a disposizione, spianando gli Appennini e poggiandoli su ponti sospesi sul mare ecc. Dico per dire, ma anche per far capire che già abbiamo consumato una quantità esorbitante di terreno con le autostrade, i Tav che già ci sono e che di certo possiamo sbizzarrrirci a inventare per il nostro paese sia una politica della casa, che della strada, che delle ferrovie più adatta alle nostre caratteristiche: la tecnica oggi può molto. Ma deve assolutamente essere indirizzata da una politica intrinsecamente democratica e studiata per non essere irreversibile al massimo. Niente perciò appalti che servono per riciclare il denaro sporco della criminalità interessata: l’illegalità da perseguire è ben prima quella che non il sarcasmo di chi dice “pecorella” a un carabiniere. Credo che la val di Susa abbia il diritto di essere ascoltata e seguita.
E aggiungo che fino a quando tra i beni comuni non sarà stata messa la riproduzione biologica o -se volete- una politica demografica forte precisa scientifica e umana, i problemi non finiranno: se il papa dice di essere contento che sia arrivata la settemilardesima neonata, ciò oggi può voler dire solo che non si oppone a che altrove -ad esempio nel Corno d’Africa- bambine e bambini e madri muoiano di fame sete malatttie. Una vera barbarie: e chi dice che la crisi si sta risolvendo, mentre si muore di fame, mentre può scoppiare una guerra atomica? E noi compriamo F35: mah! A che principi appellarsi per chiedere all’Europa?
Non amo affatto l’uso copioso e indiscriminato della locuzione “beni comuni”, ma se c’è qualcosa che la merita questa è la terra. Appena il bene comune esce dalla sua origine aristotelica e tomista e arriviamo a tempi più vicini a noi, appunto agli albori dell’economia classica, vengono detti “infiniti” e “privi di valore economico” l’acqua l’aria e la terra. Abbiamo poi visto che l’acqua non è davvero priva di valore economico e che conviene sia considerata un bene comune non privatizzabile, lo stesso vlene detto per l’aria, della quale pensiamo che il pubblico abbia il diritto e il dovere di controllare la qualità. E la terra? e la riproduzione? chiedo che terra e riproduzione della specie umana (e dei viventi in genere) siano considerati “beni comuni” e che non si possa usarli indiscriminatamente comprimendoli. Quando si fecero le prime grandi leggi urbanistiche si scoprì che vari paesi cone l’inghilterra avevano un diritto di superficie sull’intera estensione dello stato. Se la chiesa cattolica non si fosse lasciata conquistare dalla filosofia greca e dal diritto romano, ancora sosterrebbe che la terra è di Dio (laicamente un bene comune) che gli uomini e le donne l’hanno in usufrutto, ma che debbono rispettarla, lasciarla riposare un anno ogni sette (anno sabbatico) e che ogni sette anni sabbatici debbono rimetterla tutta insiene e ridividersela in uso. Preferisco alla locuzione “beni comuni” quella marxiana di “beni d’uso” che magari gli é venuta in mente perchè era ebreo. Comunque aspetto qualche risposta.
8 Marzo 2012

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